venerdì 29 luglio 2011

Giochi d’estate per gli ultimi terrestri (che capiscono qualcosa di cani): Claudio Mangini alla Biennale di Venezia


Fonte: mensile "Ti presento il cane" - luglio 2011

I giochi di parole tra “cinofilo” e “cinefilo” si sprecano da secoli (e non sempre per scherzo: “Uh, che bel cane…anche mio figlio li ama tanto, è proprio un cinefilo” me lo sono sentito dire più volte serissimamente, facendo sforzi mostruosi per restare seria anch’io).
Ci sono persone, però, a cui si può attribuire uno qualsiasi dei due termini, senza sbagliare mai: perché queste persone amano sia il cinema che i cani.
Una persona in particolare, poi, nel cinema ci lavora, proprio con i cani (e con molti altri animali): in lui le due passioni si fondono al punto tale che bisognerebbe inventare un nuovo termine, qualcosa come “cinocinefilo”.
In realtà, però, il termine giusto è animal trainer: ed è questo il lavoro di Claudio Mangini, nato in Danimarca ma arrivato in Italia (per restarci) all’età di sette anni, quindi italiano almeno al 99%.
E se adesso qualcuno sta pensando “Ahhh…ma è quello del servizio delle Iene!”, risponderò che sì, è proprio lui: ma siccome qui non si parla di gossip ma di cani, le cose importanti da dire sul suo conto sono ben altre.
Per esempio c’è da dire che ‘sto Mangini qui, il primo settembre, sarà presente alla 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica organizzata dalla Biennale di Venezia: e non con un solo film, ma addirittura con due: “Giochi d’estate”, di produzione svizzera ma girato interamente in Toscana per la regia di Rolando Colla (fuori concorso a Venezia), e “L’ultimo terrestre” di Gianni Pacinotti (che invece sarà in concorso): così capite anche il titolo di questo articolo, nel caso aveste già pensato che ormai l’Alzheimer mi abbia colto senza pietà.
Protagonista, in entrambe le pellicole, il mitico Schnaps, border collie allevato da Maria Teresa Garabelli e compagno di vita, di sheepdog e di lavoro di Claudio ormai da sei anni.
Non gli chiedo neppure quale sia stata la sua reazione alla notizia, perché lui ha scritto su Facebook una nota, non appena l’ha saputo, di cui riporto qui l’incipit (che mi pare dica tutto):

“E’ stata una mattina un po’ strana.
Anche stanotte non avevo dormito per preparare delle scene che comincerò a girare domani e, come accade ogni volta, la concentrazione dovuta alla passione per il mio lavoro mi ha portato a rigirarmi in continuazione nel letto.
Mi alzo, preparo il caffè, porto fuori i miei cani, smadonno come un turco perché dovrò affrontare un lungo viaggio in serata e compro i giornali: fin qui, niente di speciale, a parte un vistoso ascesso sul muso di Schnaps.
Accendo il computer, e nella posta trovo – non uno – ma DUE inviti per la “68° Mostra del Cinema di Venezia”, con tanto di croisette da percorrere e “obbligo di abito decoroso” (e su questo parte la seconda smoccolata della giornata…roba da scomunica per le prossime sette generazioni…non me ne vogliano i miei successori).
Due inviti per due film in cui ho diretto i miei animali; due film interpretati dallo stesso cane, due film in cui Schnaps ha dimostrato di essere superiore ai più scafati attori a due zampe per la difficoltà di alcune scene.
Perdonerete se non sono riuscito a trattenere le lacrime dalla gioia…
Ho abbracciato Schnaps come poche volte avevo fatto in vita mia – solo una volta lo feci allo stesso modo: quando ho avuto la sensazione di perderlo per sempre a causa di un brutto incidente – piangendo come un bambino e ringraziandolo per tutto l’impegno e l’anima messa nelle due difficili interpretazioni.
Ho subito alzato il telefono e raccontato il fatto ad un mio amico, il quale mi ha invitato a dedicare questa esperienza (che in realtà sono due) agli invidiosi, a quelli che “gli scoreggia il cervello” (citazione), a quelli che per partecipare ad un lavoro vendono l’anima al diavolo, ai raccomandati, a coloro che hanno provato in tutti i modi ad ostacolarmi o a screditarmi, e a tanti altri della stessa sottospecie (Canis aureis umanus – “Sciacalli dorati umani)”.


E’ vero che dice tutto? A me pare addirittura che risponda a chi ancora sta facendosi qualche sega mentale sulle Iene…
Quindi, con Claudio, al telefono parliamo d’altro.
Parliamo di cani, ovviamente: e ne parliamo per un’ora buona, saltando da un argomento all’altro, dal cinema ai cinofilosofi, da un po’ di gossip sui vari “guru” ai nostri cani personali. Ma qui non ci starebbe tutto, e poi la notizia è quella dell’invito a Venezia e quindi preferisco scrivere di quello. Su tutto il resto dico solo che è stato un piacere chiacchierare con qualcuno che “ne sa” davvero di cani e non solo: e ne sa talmente che gli ho spudoratamente chiesto di scrivere qualche articolo per “Ti presento il cane”… quindi, prossimamente, il Mangini non-cinematografico (che è poi un etologo competente e preparato) ve lo leggerete direttamente su queste pagine.
Stavolta io gli ho fatto, invece, domande molto cinematografiche.
Tipo: “Ma quanto si stressa, un cane, davanti alla macchina da presa?”
Claudio Mangini: “Si stressa pochissimo, anzi si diverte, se hai costruito un bel rapporto con lui e se lui è felice di lavorare non “per” te, ma “con” te. Io non uso bocconcini, né clicker, né rinforzi di altro genere: il cane – ma anche qualsiasi altro animale – fa qualosa che gli piace e la fa insieme a me, questa è la sua gratificazione. Ovviamente ci vuole anche l’animale giusto, perché non tutti sono adatti al ruolo di attori. Anche dopo tanti anni di esperienza a volte mi capita di sbagliare cane, vedendo in qualche soggetto delle grandi potenzialità ma rendendomi poi conto che lui non è felice di stare sul set. In questo caso lo ritiro subito. Per me i cani non sono “strumenti” di lavoro: sono partner che devono trovarsi a loro agio in questo ruolo”.
- Però non è un ruolo facile: anche quando l’animale in un film appare solo per pochi secondi, c’è dietro un lavoro corposo…
CM: Sì, molto: di solito il copione a me arriva un paio di mesi prima delle riprese, e in quei due mesi, per preparare il cane, occorrono anche 5 ore di lavoro al giorno, ovviamente con molte pause, con i tempi giusti, con il relax necessario. A volte puoi lavorare per dieci minuti di fila, altre volte per cinque. Sul set, invece, c’è il massimo sforzo perché a volte si lavora anche per un’ora filata: e il cane deve arrivarci preparato per non stressarsi. Una cosa è certa: se il cane si stressa, tu non lavori. Potresti obbligarlo, certo, ma i risultati si vedrebbero in modo palese (almeno per chi ha un minimo di attitudine a “leggere” i cani): e se un tempo era possibile farlo (anche se io non l’ho mai fatto perché non è così che intendo il rapporto col cane), oggi non lo è più, perchè ci sono regole severissime.
Per esempio?
CM: Per esempio, sul set sono sempre presenti sia un veterinario che il rappresentante di un’associazione animalista: e non ti dico, a volte, che fatica si fa a spiegare la differenza tra un lavoro che il cane fa con gioia e un “maltrattamento” inteso in senso ideologico, e non pratico.
Mi è capitato di discutere a lungo sull’opportunità di chiedere a un animale qualcosa che invece, per lui, era assolutamente naturale: purtroppo gli animalisti hanno sempre e solo un approccio ideologico e a volte ignorano le basi stesse dell’etologia, quindi il dialogo diventa complicato: però mi fa piacere che siano presenti per garantire il totale benessere degli animali. Sul set non puoi fare del male a nessuno, neppure a un insetto: in uno dei due film di Venezia, “Giochi d’estate”, Schnaps fa una fine davvero tragica, perché viene ucciso a sassate.
Ovviamente è tutta finzione, dal lancio delle pietre alle sue ferite (nelle foto, infatti, lo vediamo “al trucco”, e poi bello rilassato in attesa del ciack con quella che sembra una ferita gravissima, ma che è solo un effetto speciale, NdR): ma è finzione anche l’uccisione del ragno che si vede in altra parte del film. Infatti l’”attore” è un ragno vero solo quando sta bene: nel momento in cui viene ucciso viene sostituito da un ragnetto meccanico che è un capolavoro di nanotecnologia. Un chip, infatti, fa sì che muova le zampe quando viene infilzato, con un effetto assolutamente veritiero. Ma… “neppure un ragnetto è stato maltrattato durante le riprese del film”!

Un quesito che mi sono sempre posta: quando si lavora coi cani, normalmente, un esercizio ben eseguito non si ripete più. Invece, al cinema, presumo che vi succeda spesso di dover rifare un ciak non perché abbia sbagliato il cane, ma perché ha sbagliato l’attore. E il cane, in questo caso, come la prende?
CM: E’ vero, per il cane è difficile scindere l’errore suo da quello umano. Quindi non devi proprio fargli pensare che ci sia stato un errore, ma solo che il gioco si ripeta “perché ci siamo divertiti così tanto che lo vogliamo rifare

Altra curiosità: ovviamente il trainer non può infilarsi nelle inquadrature, quindi capiterà molto spesso di lavorare a distanza dal cane. Come riesci a evitare quello che io chiamo “l’effetto Rin tin tin”, perché a quei tempi era decisamente evidente, ovvero il cane che guarda sempre verso l’addestratore e aspetta i suoi comandi prima di eseguire qualsiasi movimento?
CM: Questa è la cosa più difficile, in effetti: ma non posso mica spiegarti come si fa, perché se svelo tutti i miei trucchi poi ho finito di lavorare! Scherzi a parte, il cane deve essere abituato a lavorare in un range che può essere a volte molto ristretto e a volte larghissimo: mi è capitato di dover dirigere il cane da 400 metri di distanza, col fischio…e meno male che faccio sheepdog!
L’altra cosa difficile da ottenere è che il cane “interpreti” veramente la sua parte: ovvero che “faccia la faccia giusta” per il ruolo.
Per esempio, in “Giochi d’estate”, Schnaps deve agonizzare e poi morire: un ruolo di una difficoltà mostruosa, anche perché le riprese erano proprio strette sul suo muso. Invece, ne “L’ultimo terrestre”, interpreta il ruolo del cane di un contadino che vive al suo fianco, gioca con lui, fa tutte le cose più normali del mondo… finché non gli arrivano gli alieni in casa.
Ora non sto a raccontarti il film, ma dico solo che alla fine questi ripartono sulla loro astronave e che Schnaps deve abbaiare all’astronave che se ne va. E che, ovviamente, non c’è nella realtà!
Invece c’erano luci forti e un effetto di vento fortissimo, che sollevava tutta la polvere intorno, per mimare quello che avrebbe causato un’astronave in decollo.
In mezzo a tutto questo, il cane doveva continuare ad abbaiare al nulla, col muso rivolto in su: una bella sfida, no?
In altri casi ancora occorre che l’animale si mostri spaventato: e mimare la paura di un cane senza spaventarlo davvero è un’altra bella impresa…così come far fare la faccia cattiva, da cane aggressivo, a uno che invece è buono come il pane e che per di più, dal suo punto di vista, sta giocando!

Però un indizio almeno ce lo devi dare: come ci riesci?CM: Ti dico solo questo: utilizzo molto shaping (per i non addetti ai lavori: lo shaping consiste nell’ottenere un risultato premiando gli atteggiamenti che si avvicinano sempre più al risultato che desideriamo, NdR).

Hai già detto che non tutti i cani possono essere buoni attori: ma tutti gli umani possono essere buoni animal training?
CM: Credo proprio di no, visto che siamo così pochi! In Italia, a lavorare davvero professionalmente, siamo in tre: però con specializzazioni diverse e con animali diversi. Per esempio, io utilizzo soprattutto cani, rapaci e lupi: Daniel Berquini, che è un altro bravissimo professionista, è specializzato in animali selvatici e lavora con tigri, leoni eccetera. Quindi non ci facciamo neppure una vera concorrenza.
Lupi? Intendi “veri” lupi?
CM: Sì, verissimi. Veri lupi selvatici. Ne ho dieci.
Scusa, ma dove li tieni?
CM: In uno spazio recintato ma molto ampio, di circa dieci ettari… che non dico dove si trova, perché in passato, quando ho avuto la pessima idea di aprire questo spazio al pubblico, pensando di poter mostrare qualcosa di unico a persone che capivano il fascino di queste meravigliose creature, mi sono ritrovato i bocconi avvelenati nel recinto.
Quindi…sì, ho i lupi. Ma “dove” li ho, lo so soltanto io.

Quindi, ancora una volta, l’uomo si è dimostrato la vera ed unica “bestia” che percorre questo pianeta. Torniamo a parlare di Schnaps, che è meglio…
CM: Schnaps è unico. E’ grandioso. Quando abbiamo lavorato per la Disney, il regista mi ha detto che un cane così non l’aveva mai visto. Però non so dire quanto sia stato bravo io e quanto sia “roba sua”. Non riesco davvero a distinguere, anche se penso che lui ci metta il 90% e io, forse, il 10. Quando aveva quattro mesi l’ho avvicinato per la prima volta allo sheepdog e già dimostrava di aver capito tutto, di voler prendere iniziative in proprio: poi la sua allevatrice mi ha letto la vita, sgridandomi perché a quell’età dovevo “fargli fare il cucciolo”e nient’altro. Le ho dato ragione e quindi ho rimandato l’insegnamento: ma per modo di dire, perché Schnaps sembra sapere sempre da solo quello che deve fare. Vede le X tracciate sul set e ci si mette sopra da solo. E’ incredibile, davvero. Ma questo non deve togliere nulla agli altri miei cani, perché ognuno ha qualcosa di speciale.

Abbiamo lasciato a metà il discorso sugli umani che volessero intraprendere la tua professione: anche perché il fatto che siate in pochi, forse, lascia spazi aperti per qualche nuovo arrivo. Cosa suggeriresti a chi fosse affascinato da questo lavoro?
CM: Al di là del fatto che deve conoscere davvero gli animali, quindi avere solide basi di etologia (perché anche se lavori solo con i cani devi sapere cos’è, in generale tutta l’”animalità”), se vuoi fare cinema devi conoscere anche il cinema.
Non puoi essere soltanto bravo con i cani, perché altrimenti ti ritrovi come un pesce fuor d’acqua.
Personalmente ho fatto un piccolo corso di regia: niente di eclatante, sia chiaro. Non posso certo definirmi un vero “regista”. Ma almeno ho avuto fin dall’inizio un’idea abbastanza chiara del mondo in cui avrei dovuto muovermi. E questo è un consiglio che do, spassionatamente, a chiunque voglia entrarci: bisogna capire gli animali, ma anche il cinema. Altrimenti si va poco lontano.

Cosa ti aspetti da Venezia?
CM: Non lo so: è un’esperienza che ancora mi mancava e che sono felicissimo di poter fare: è la ciliegina su una torta fatta da tanti anni di lavoro veramente duro. L’emozione di ritrovarmi accanto a personaggi con Al Pacino è perfino difficile da tradurre in parole.
Non lo so, vedremo. Intanto mi godo l’annuncio ufficiale, che è stato dato proprio oggi in conferenza stampa…e penso a tutte le scemate, tipo a come dovrò vestirmi, perché quello che sarà veramente non sono ancora in grado di immaginarlo.

A questo punto si dovrebbe concludere l’intervista con il classico “in bocca al lupo”…ma mica si può, con Claudio: che mai e poi mai potrebbe rispondere con l’altrettanto classico “crepi il lupo”.
Lui i lupi li ama, ci lavora, ha fondato anche un’associazione per la loro difesa (Wolf Emercency).
Dire “auguri” porta sfiga, “in bocca al lupo” è tabù: in tanti, su FB, hanno augurato “buona croisette”, ma la croisette in realtà starebbe a Cannes (vale anche per Venezia? Mica lo so. Io sono solo cinofila, ma non abbastanza cinefila).
Insomma, non so come cavolo concludere: quindi a Claudio dico solo “ciao” (ovviamente dopo un altro po’ di divagazioni canine): e poi metto giù senza avergli augurato un tubo, ma con la sensazione che in fondo non ne abbia alcun bisogno. Un po’ perché la sua vittoria lui l’ha già avuta (anche verso le malelingue) e un po’ perché ho l’impressione che le vere vittorie lui le veda negli occhi dei suoi cani, quando parla con loro e dà loro le ultime “raccomandazioni” prima del ciak, come vediamo nella splendida foto qui sopra.

Venezia o non Venezia, a me questo Mangini qui sembra un uomo perfettamente felice della vita che fa e dei compagni che ha: e cos’altro vuoi augurare, a uno che ha trovato la sua perfetta dimensione su questa terra?
Ah…a proposito: c’è una frase che conclude la nota che ho parzialmente citato sopra, e che mi sembra un’ottima chiusa anche per questo articolo. Quindi la riporto qua: ““Senza i miei animali, sarei solo un bipede di merda che percorre questa vita”.
Io direi proprio che non c’è altro da aggiungere.

Valeria Rossi